LIFEGATE PRESENTA

Milano non si arrende, il futuro si gioca adesso

A cura di Valentina Neri e Alice Zampa
Colpita al cuore dalla crisi economica e sanitaria, Milano non si arrende. I dati del 4° Osservatorio Milano Sostenibile mostrano una città capace di guardare già avanti in ottica sostenibile.

1. La crisi come sfida e occasione irripetibile per la ripartenza green

In un momento in cui l’Italia fronteggia la seconda ondata della pandemia di Covid-19 e la città di Milano attraversa la sua fase più critica, cercare di guardare al domani con ottimismo e speranza è tanto difficile quanto necessario.

Secoli di sviluppo insostenibile ci hanno condotti dove ci troviamo ora. A un bivio, in cui imboccare la strada della transizione ecologica è l’unica alternativa possibile. Oggi, più che mai, la determinazione nell’adottare misure per la ripartenza appare come un’occasione irripetibile. Ecco perché la pandemia non può e non deve trasformarsi in una scusa per ritardare il processo di riconversione green. È fondamentale resistere alla tentazione di sacrificare gli obiettivi fissati per contrastare la crisi climatica e ambientale, in nome di una ripresa economica più rapida e da ottenere “a ogni costo”.

In questo contesto diventa chiaro il senso dell’Osservatorio Milano Sostenibile 2020 con cui, per la quarta volta, LifeGate è tornata a indagare insieme a Eumetra MR il rapporto dei milanesi con i temi della sostenibilità. Una ricerca partita nel 2015 con l’Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile, che dal 2017 ha previsto un focus verticale su Milano e, da quest’anno, anche su Roma. L’indagine è stata condotta su un campione rappresentativo di 843 cittadini adulti. Le risposte sono state raccolte a luglio 2020, quando la curva dei contagi aveva rallentato la sua corsa, senza però spazzare via paure e incertezze. Ecco perché la loro sintesi ci affida un quadro di non facile interpretazione.

L’analisi che ci apprestiamo a compiere, alla luce delle complesse vicende globali e locali ancora in piena evoluzione, richiede dunque una buona dose di cautela.

Il trend delle passate edizioni ci aveva affidato una chiave interpretativa piuttosto chiara e di costante crescita nel grado di consapevolezza e di abitudini sostenibili dei milanesi, abituati a superare di volta in volta se stessi. Nell’indagine dell’estate 2020 salta all’occhio il rallentamento di alcuni trend. Al tempo stesso ne emerge un quadro d’insieme che denota lo spirito proattivo dei cittadini nella conoscenza, nel coinvolgimento e nelle scelte d’acquisto in ottica sostenibile, riservando addirittura delle sorprese positive in alcuni precisi ambiti.

Da una parte vediamo calare di sei punti, rispetto all’anno scorso, la percentuale di chi dichiara di ritenere la sostenibilità come un tema sentito, e aumentare quella che la ritiene una moda. Un dato che, a un primo sguardo, potrebbe essere interpretato come un segnale di disillusione.

La sostenibilità è un tema sentito
2018
54%
2019
66%
2020
60%
La sostenibilità è una moda
2018
42%
2019
30%
2020
42%
Non saprei
2018
4%
2019
4%
2020
8%

Dall’altra, però, rispetto al 2019, vediamo crescere di quattro punti la percentuale di appassionati all’argomento. Sommando appassionati e interessati, possiamo dire che il 69 per cento dei milanesi si sente coinvolto nelle questioni di sostenibilità. Su un totale di 1,4 milioni di abitanti, si tratta di 960mila persone; “un esercito”, per riprendere la definizione del sondaggista di Eumetra MR Renato Mannheimer. Una prova, l’ennesima, del fatto che “la sensibilità verso la sostenibilità è molto, molto diffusa”. C’è di più: l’83 per cento dei cittadini ritiene necessario modificare il proprio stile di vita rendendolo sostenibile. Isolando le risposte dei più giovani si arriva addirittura al 90 per cento.

Milano 2020

Milano 2019

Dopo l’emergenza sanitaria è necessario modificare il proprio stile di vita rendendolo sostenibile

Cittadini milanesi

Generazione Z

A offrire una possibile interpretazione di questo scenario è Enea Roveda, amministratore delegato del Gruppo LifeGate.

L’emergenza sanitaria ha portato la fetta degli indecisi della scorsa edizione a spaccarsi a metà. Una parte è andata ad aggiungersi a chi si dichiara appassionato a questi valori, mentre l’altra si è spostato nella fascia dei disinteressati. Quindi vediamo come la situazione emergenziale abbia portato a farsi delle domande e, in alcuni casi, a comprendere come crisi sanitaria e sostenibilità siano collegate

Enea Roveda, amministratore delegato del Gruppo LifeGate

Sulla correlazione tra la crisi e le risposte, talvolta contrastanti, degli intervistati abbiamo interpellato l’Ordine degli psicologi della Lombardia, in prima linea durante questo periodo nel sostenere i cittadini in difficoltà e nel diffondere consapevolezza attraverso le iniziative della Casa della Psicologia. La dottoressa Anna Giulia Curti, psicologa clinica e psicoterapeuta, membro del comitato scientifico di Casa della Psicologia, pur non potendo dare certezze, ritiene “altamente probabile che l’emergenza sanitaria Covid-19 sia stata una variabile incisiva”. Dalla sua analisi emerge come, di fatto, oggi non siamo ancora in grado di stabilire quanto e come la crisi abbia influito a livello psicologico sulla popolazione, portando a stati di angoscia o diventando un’occasione di faticosa ma arricchente riscoperta di sé. Prosegue la dottoressa Curti: “Una lettura parzialmente viscerale può portarci a immaginare che l’emergenza sanitaria abbia portato a svalutare l’importanza delle tematiche della sostenibilità, come se fossero di secondaria importanza a fronte dello stato di allerta relativo al qui e ora dell’emergenza sanitaria prima, ed economica poi; dall’altro lato, però, anche altri dati su temi analoghi – come ad esempio quelli sul calo degli sprechi alimentari – ci segnalano che una fetta della popolazione ha mantenuto o addirittura aumentato la propria soglia di attenzione e sensibilità al macro-argomento della sostenibilità, così come a quello della qualità della vita”.

Sia a livello dei cittadini di Milano sia a livello nazionale, c’è una grande attenzione, con percentuali veramente significative di italiani che conoscono cos’è un cambiamento climatico, cosa significa impegnarsi per la raccolta differenziata, cosa vuol dire economia circolare. Insomma, italiani che vogliono essere attori protagonisti


Sergio Costa, ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare

2. L’esempio della generazione Z, verso un nuovo Rinascimento

Quando si è presentata da sola davanti al Parlamento di Stoccolma per il suo primo sciopero del venerdì per il clima, probabilmente l’attivista svedese Greta Thunberg nemmeno immaginava che dal suo esempio sarebbero nate decine di comitati studenteschi da un capo all’altro del Pianeta. Un fenomeno che anche le edizioni 2020 dell’Osservatorio hanno voluto fotografare. I dati di Milano non fanno che confermare quelli già rilevati a Roma e in Italia: sono i giovani a guidare e incarnare meglio il desiderio di cambiamento. La cosiddetta generazione Z (18-24 anni) innanzitutto conosce da vicino le varie declinazioni della sostenibilità,

anche quelle più settoriali (come la moda o il turismo) che per una parte degli adulti risultano ancora un po’ ostiche. Dalla conoscenza deriva una spiccata sensibilità, con il 64 per cento dei ragazzi che si definisce appassionato all’argomento nel suo insieme. Un trend “preziosissimo” secondo la dottoressa Curti, che spiega: “Coloro che hanno oggi tra i 18 e i 24 anni non solo hanno avuto maggiore accesso a una informazione diffusa su questi temi, ma sono anche inevitabilmente più direttamente coinvolti dai disastrosi esiti dell’attuale modo di concepire produzione e consumi”.

Quando si è presentata da sola davanti al Parlamento di Stoccolma per il suo primo sciopero del venerdì per il clima, probabilmente l’attivista svedese Greta Thunberg nemmeno immaginava che dal suo esempio sarebbero nate decine di comitati studenteschi da un capo all’altro del Pianeta. Un fenomeno che anche le edizioni 2020 dell’Osservatorio hanno voluto fotografare. I dati di Milano non fanno che confermare quelli già rilevati a Roma e in Italia: sono i giovani a guidare e incarnare meglio il desiderio di cambiamento. La cosiddetta generazione Z (18-24 anni) innanzitutto conosce da vicino le varie declinazioni della sostenibilità, anche quelle più settoriali (come la moda o il turismo) che per una parte degli adulti risultano ancora un po’ ostiche. Dalla conoscenza deriva una spiccata sensibilità, con il 64 per cento dei ragazzi che si definisce appassionato all’argomento nel suo insieme. Un trend “preziosissimo” secondo la dottoressa Curti, che spiega: “Coloro che hanno oggi tra i 18 e i 24 anni non solo hanno avuto maggiore accesso a una informazione diffusa su questi temi, ma sono anche inevitabilmente più direttamente coinvolti dai disastrosi esiti dell’attuale modo di concepire produzione e consumi”.

Il vocabolario della sostenibilità

RISCALDAMENTO GLOBALE
Milanesi 81%
Generazione Z 86%
ENERGIA RINNOVABILE
Milanesi 78%
Generazione Z 80%
CRISI CLIMATICA
Milanesi 71%
Generazione Z 81%
MOBILITÀ SOSTENIBILE
Milanesi 61%
Generazione Z 61%
ALIMENTAZIONE SOSTENIBILE
Milanesi 59%
Generazione Z 70%
SVILUPPO SOSTENIBILE
Milanesi 57%
Generazione Z 67%
TURISMO SOSTENIBILE
Milanesi 55%
Generazione Z 59%
MODA SOSTENIBILE
Milanesi 48%
Generazione Z 60%

L’impegno di questa generazione non si è fermato nemmeno durante il lockdown, quando i Fridays for Future hanno elaborato il piano Ritorno al Futuro, un programma per far ripartire l’economia, investendo sulla transizione ecologica. Frutto di una collaborazione con decine di esperti, scienziati, associazioni e movimenti, il piano è stato presentato il primo ottobre nella sala conferenze della Camera dei Deputati, mentre a giugno il gruppo è stato ricevuto dal premier Giuseppe Conte durante gli stati generali. Dare loro voce e peso diventa, dunque, non solo utile, ma doveroso, dal momento che proprio i giovani dovranno vivere in un futuro che appare compromesso. Lo rimarca anche Livia Pomodoro, presidente Milan Center for Food Law and Policy, che si rivolge apertamente a loro con un messaggio che è anche una promessa: “Io credo che noi adulti abbiamo il dovere di assicurarvi formazione, istruzione, capacità di entrare consapevolmente nel mondo del lavoro”.

Dalla ricerca vediamo come i giovani siano focalizzati verso uno stile di vita più sostenibile e consapevole. Quindi sono da ascoltare e il loro esempio deve diventare uno stimolo, per migliorare l’efficienza e le condizioni umane. Se ci diamo da fare tutti insieme mi piace pensare che potremo andare incontro a un nuovo Rinascimento.

Simona Roveda, direttore editoriale e comunicazione Gruppo LifeGate

Una prospettiva irrinunciabile, questa, per ristabilire una relazione sana tra ambiente, società e sviluppo, in un momento cruciale della storia. Un momento in cui, chiosa Livia Pomodoro, dobbiamo cercare “di vedere oltre le chiusure e le ottusità con le quali il mondo purtroppo ha sovraffollato le nostre menti e i nostri comportamenti”.

3. La sfida del clima si gioca nelle case e nelle strade

L’economia, segnata dalla profonda ferita del coronavirus, dovrà rimettersi in marcia. L’Unione europea ribadisce con forza che l’obiettivo di azzerare il proprio impatto climatico entro il 2050 non verrà certo messo in secondo piano, anzi. “Dobbiamo agire meglio e più rapidamente”, ha esortato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. In quell’occasione ha promesso ancora più finanziamenti e ancora più centralità politica per il Green Deal europeo, il colossale piano di transizione verde dell’intero Continente.

Quest’ultimo non va inteso soltanto come “una risposta a un problema”, ma come una “vera e propria strategia di crescita trentennale”, chiarisce Massimo Gaudina, capo della rappresentanza a Milano della Commissione europea. Città e regioni europee trasformeranno tutto questo in realtà tangibile sui territori, ha rimarcato di recente il vicepresidente esecutivo per il green deal Frans Timmermans. A una città del calibro di Milano, l’onore e l’onere di mostrarsi all’altezza di questa sfida.

L’Europa è in prima fila per immaginare il futuro.

Massimo Gaudina, capo della rappresentanza a Milano della Commissione europea

Ritiene giusto che un Paese investa nelle fonti rinnovabili

Milano 2020

Roma 2020

Italia 2020

Il grande traguardo di tagliare le emissioni di gas serra climalteranti si raggiunge con pazienza e costanza, a suon di interventi a tappeto. Due i fronti sui quali l’amministrazione si è spesa con dedizione negli ultimi anni. Da un lato quello della mobilità. Nel 2030 il diesel scomparirà dalla flotta dell’Azienda trasporti milanesi (Atm), per lasciare spazio a 1.200 bus elettrici che rispetto a oggi consumeranno 30 milioni di litri in meno di gasolio e rilasceranno nell’atmosfera quasi 75mila tonnellate di CO2 in meno ogni anno. Un piano di cui il 58 per cento dei milanesi ha già sentito parlare, segnala l’Osservatorio, con un picco del 67 per cento tra i più giovani. Anche perché i bus elettrici sono una presenza sempre più comune tra le vie della città già dal 25 marzo 2018, data in cui è ufficialmente entrato in servizio il primo.

L’altro grande tema è quello del rinnovamento degli edifici, pubblici e privati, in un’ottica di efficientamento energetico e passaggio alle energie rinnovabili. Un tema, quest’ultimo, per cui i milanesi – così come i romani e gli italiani in generale – esprimono un vero e proprio plebiscito. Gherardo Magri, amministratore delegato di Vaillant Group Italia, conferma che una delle priorità è quella di svecchiare il grande parco di caldaie tradizionali in Italia. Il superbonus al 110 per cento varato dal governo, sostiene, sta incidendo sul cambio di mentalità che è così necessario in questa fase.

Se ci crediamo davvero, adesso non è il momento di abbandonare la nostra strategia a favore dell’ambiente ma, anzi, di rinforzarla.

Gherardo Magri, amministratore delegato Vaillant Group Italia

È d’accordo con l’efficientamento energetico degli edifici pubblici

Milanesi

Generazione Z

Il 15 ottobre 2020, data di riaccensione dei riscaldamenti, Palazzo Marino ha annunciato l’addio alle caldaie a gasolio per tutte le case popolari gestite dal Comune tramite la società di ingegneria MM. L’intero sistema ora è “oil free”, con alimentazione a metano o con allacciamento alla rete cittadina di teleriscaldamento. Il risultato? Spese dimezzate per gli inquilini e 1.750 tonnellate di CO2 in meno all’anno.

4. La Milano del futuro, smart e connessa

Tra videochiamate di gruppo con gli amici, riunioni coi colleghi e consegne a domicilio, le nuove tecnologie sono state indiscusse protagoniste dei mesi di lockdown. Migliorando in modo tangibile la qualità della vita e sconfiggendo anche le ultime ritrosie da parte di quella fascia di popolazione che, fino a poco tempo prima, si sentiva ancora un po’ impacciata con uno smartphone tra le mani.

In una città come Milano, punto di snodo di imponenti flussi di persone, la tecnologia ormai è il presupposto indispensabile per garantire servizi efficienti. È per questo che i cittadini chiedono con forza al Comune di incrementare i propri servizi digitali (lo auspica il 72 per cento degli intervistati dall’Osservatorio di LifeGate). Circa uno su due ne usufruisce già, magari per prenotare un appuntamento allo sportello, iscrivere il figlio alla scuola dell’infanzia o scaricare un certificato.

È a conoscenza del piano di digitalizzazione della città

Milanesi

Ha usato il portale online del Comune dopo il lockdown

Milanesi

Anche le imprese dovranno mostrarsi pronte, coniugando innovazione e sostenibilità. Le Pmi italiane hanno iniziato questa transizione un po’ in ritardo rispetto alle grandi realtà più strutturate, ma sembrano determinate a recuperare il tempo perduto.

Nonostante la complessità del momento, soprattutto negli ultimi mesi abbiamo notato un crescente interesse che ci lascia davvero che sperare. Si tratta di una sfida complessa che durerà diversi anni, ma che sempre più imprese stanno intraprendendo in modo deciso. Con la convinzione che innovazione e sostenibilità siano fattori fondamentali non solo per la competitività aziendale ma anche – e forse soprattutto – per lo sviluppo sociale e le loro territorio.

Paul Renda, presidente del gruppo Giovani Imprenditori di Assolombarda

Non c’è dubbio sul fatto che il digitale abbia cambiato profondamente anche l’approccio dei milanesi nei confronti del lavoro. Nel 2020 le sedi delle aziende si sono svuotate e le case si sono trasformate in uffici. Non solo per i freelance, già abituati al lavoro agile, ma anche per funzionari pubblici, insegnanti, dipendenti del settore privato. Ancora una volta, quella che è nata come una risposta all’emergenza sanitaria ha tutte le carte in regola per diventare la “nuova normalità”. Lo scorso anno l’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano censiva 600mila dipendenti in smart working in Italia: secondo i nuovi dati pubblicati a novembre, durante il lockdown erano diventati 6 milioni e mezzo per poi attestarsi sui 5 milioni nei mesi successivi. A partire dalla fase 2 prevale però la formula mista, che prevede due o tre giornate settimanali in remoto. I cittadini di Milano, soprattutto tra i più giovani, hanno accolto di buon grado questa novità.

Dopo l’emergenza sanitaria intende lavorare di più in modo flessibile

Milanesi

Generazione Z

Secondo il professor Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, la città era già arrivata pronta a questo appuntamento. “La città tradizionale ha il centro direzionale, i quartieri industriali e i quartieri residenziali, situazione che crea flussi di spostamento ‘obbligati’ con evidenti problemi di sostenibilità ambientale e servizi pubblici – spiega a LifeGate –.  Lo smart working invece favorisce uno sviluppo urbanistico policentrico, che Milano aveva già intrapreso da anni creando aree in cui le attività economiche convivono con quelle culturali, ricreative e con le zone residenziali. Pensiamo a Porta Nuova, Citylife, Navigli, piazzale Lodi. È un modello urbanistico molto più evoluto e sostenibile, anche molto più bello”.

Questo esercito di lavoratori agili, decuplicato dall’oggi al domani, fa emergere nuovi trend che oltrepassano i confini della città. Si è discusso tanto del south working (vivere al Sud Italia pur lavorando per un’azienda del Nord) o dell’holiday working (stabilirsi in una seconda casa al mare o in montagna). “Fenomeni interessanti e da monitorare, ma che tutto sommato riguardano delle nicchie”, commenta Mariano Corso. A spostare davvero i grandi numeri invece è la possibilità di stabilirsi nell’hinterland, o in un’altra città lombarda, per recarsi nel proprio ufficio milanese solo due o tre volte alla settimana. Risparmiando in termini di costi, ore trascorse a bordo dei mezzi pubblici, impatto ambientale. Ma non si rischia, così, di svuotare la città? Se si guarda il fenomeno dall’alto e non su piccola scala, suggerisce il professor Corso, in realtà è vero proprio il contrario. “La megalopoli che costringe le persone ad accentrarsi nella fascia urbana è un modello che non piace a nessuno”, sostiene. E Milano può confermare il suo ruolo di fulcro economico, ma evolvendosi ancora di più verso una dimensione reticolare. Più sostenibile, efficiente e attrattiva. “Questi trend vanno compresi, accompagnati e valorizzati, non temuti – conclude –. Anche perché temerli è inutile, nessuno ha il potere di fermarli”.

5. Verso un modello di mobilità più sicuro e green

In un tessuto urbano come quello di Milano, il nodo della mobilità fa davvero la differenza. Prima della pandemia ogni giorno entrava in città un milione di auto (dati del 2019) e in un anno 789 milioni di passeggeri salivano a bordo dei mezzi pubblici, 369 milioni dei quali in metropolitana (dati del 2018). Non sappiamo nemmeno se il badge da strisciare ogni mattina alle 9 sarà ancora lo standard per buona parte degli uffici o solo un ricordo del passato. Quel che è certo è che bisognerà coniugare le esigenze dei vari attori che rendono viva la città (dall’industria alla cultura, dalla scuola al turismo).

Tutto questo riducendo l’impatto ambientale degli spostamenti, contenendo il traffico e tutelando la salute pubblica. Oggi non è ancora dato sapere quante persone dovranno muoversi nel territorio fra sei mesi, un anno o dieci anni. Non sappiamo se le zone di maggiore interesse resteranno sempre le stesse, o se alcune perderanno via via importanza per lasciare spazio ad altre.

Interpellati dall’Osservatorio, i milanesi appaiono concordi nel sostenere che la soluzione è un mix intelligente di tanti mezzi. In una città sostenibile non esiste più un solo centro che catalizza tutta l’attenzione su di sé. Al contrario, ne esistono tanti, ciascuno con i propri servizi e le proprie reti di trasporti.

La candidata al ruolo di protagonista delle strade milanesi è la bicicletta. A fine aprile l’amministrazione ha dato il via alla realizzazione di 35 chilometri di piste ciclabili “leggere”, cioè contrassegnate soltanto dalla segnaletica, che hanno cambiato volto anche a zone iconiche come corso Venezia e corso Buenos Aires. I dati della ricerca, che su questo fronte appaiono un po’ altalenanti, testimoniano che l’abitudine a pedalare non nasce improvvisamente dall’oggi al domani, ma va costruita nel tempo. Un importante assist arriva dalle recenti modifiche al codice della strada che, tra le altre cose, introducono le “case avanzate” (cioè le aree riservate alle bici in prossimità dei semafori), le zone car free e il doppio senso per le bici, a certe condizioni. Chi aveva bisogno di sostituire una vecchia bici abbandonata in cantina – o magari di sperimentarne una elettrica – ha potuto approfittare del bonus stanziato con il decreto rilancio, che è letteralmente andato a ruba.

È a conoscenza della realizzazione del nuovo sistema ciclabile ‘leggero’
Milanesi 66%
Generazione Z 59%
Tra le priorità per la Milano del futuro indica l’aumento delle piste ciclabili
Milanesi 37%
Generazione Z 47%
Rispetto al periodo pre-Covid, ha l’impressione di usare di più la bici
Milanesi 48%
Generazione Z 74%
Ha usato le piste ciclabili dopo il lockdown
Milanesi 42%
Generazione Z 57%

Restano in auge i sistemi di sharing di auto, bici, scooter e monopattini, che la maggior parte degli utenti sceglie per ridurre l’inquinamento, più ancora che per risparmiare. I monopattini elettrici in particolare sono le vere new entry del dopo-lockdown, con una flotta di oltre 6mila mezzi e una media di 7.600 noleggi al giorno. Tanto comodi per coprire brevi tragitti, quanto critici sul fronte della sicurezza (con 151 incidenti segnalati tra giugno e settembre) e della sosta selvaggia (tant’è che a metà ottobre il Comune ha fatto scattare la rimozione forzata).

È d’accordo con l’aumento dei servizi di mobilità sostenibile condivisa

Milanesi

Generazione Z

Ha usato i servizi di sharing di macchine, bici, scooter e monopattini dopo il lockdown

Milanesi

Generazione Z

L’obiettivo di fondo, come dichiarato apertamente dall’amministrazione, è anche e soprattutto quello di decongestionare i mezzi pubblici. Non è un caso se a fine aprile, nel pieno del primo lockdown, il sindaco Beppe Sala ha lanciato un avvertimento tramite un video pubblicato sui social. In una comune mattinata pre-pandemia, ha ricordato, nella stazione della metropolitana di Cadorna transitavano in media 6mila persone all’ora. Le misure di distanziamento per la Fase 2, che sarebbero entrate in vigore il 4 maggio, imponevano di scendere a 1.500. A nove mesi dall’ingresso della pandemia in Italia, quello dei trasporti pubblici è un nodo ancora aperto. Azienda trasporti milanesi (Atm), come tutti gli operatori del trasporto pubblico locale, si è dovuta adeguare a più riprese alle norme nazionali sulla capacità dei mezzi, sulla sanificazione e sulle mascherine. Mettendo in campo una capillare opera di comunicazione per farle “digerire” ai cittadini e riconquistare la loro fiducia in un periodo indubbiamente complicato. La maggioranza dei cittadini interpellati dall’Osservatorio Milano Sostenibile sembra rimasta affezionata a tram e metropolitane, una percentuale che aumenta soprattutto tra i più giovani. È soprattutto per loro che, superata la fase di emergenza, bisognerà studiare una soluzione di sistema.

È a conoscenza del rafforzamento del sistema dei mezzi pubblici

Milanesi 73%
Generazione Z 80%

Ha usato i mezzi pubblici
dopo il lockdown

Milanesi 60%
Generazione Z 67%

Tra le priorità per la Milano del futuro indica maggiori collegamenti tra centro e periferia

Milanesi 54%
Generazione Z 57%

La prospettiva da allontanare a tutti i costi è quella di un revival dell’auto privata, che avvelena i polmoni e paralizza il traffico. Meglio puntare dunque sui modelli elettrici e ibridi, con il supporto di una rete di parcheggi dedicati e colonnine di ricarica.

È d’accordo con l’incremento delle colonnine di ricarica per le auto elettriche
Milanesi 65%
Romani 71%
È d’accordo con l’aumento di parcheggi per auto elettriche e ibride
Milanesi 54%
Romani 62%
Ha usato colonnine di ricarica per le auto elettriche
Milanesi 17%
Romani 16%
Usa auto elettriche
Milanesi 9%
Romani 20%

6. I milanesi premiano made in Italy e aziende virtuose

Se la Lombardia è la prima regione d’Italia per importanza economica (con più di 800 mila imprese che contribuiscono a circa un quinto del pil nazionale), Milano ne è da sempre il suo cuore pulsante. Un collettore metropolitano che, da solo, concentra più del 40 per cento delle imprese lombarde. Tra le aree più industrializzate d’Europa, la Lombardia è anche la regione più popolosa del Belpaese e da sempre la sua locomotiva.

Questa riconosciuta solidità ora si trova a fare i conti con le dure conseguenze della pandemia. Colpita per prima e in modo violento dal virus, la regione si è trovata infatti a vincere la poco ambita maglia nera del crollo dei consumi 2020, che hanno segnato un meno 22,6 miliardi di euro rispetto al 2019 (dati dell’ufficio studi Confcommercio). Un dato a cui fa eco una perdita di fatturato per le imprese che secondo la Banca d’Italia sarà pari al 25 per cento nel primo semestre dell’anno. 

Uno scenario critico, che rispecchia un problema nazionale e che i milanesi hanno deciso di fronteggiare anche attraverso il proprio potere d’acquisto. Interpellati per l’osservatorio, l’83 per cento dei milanesi ha dichiarato di voler supportare la ripresa economica italiana. Questa scelta passa attraverso precise modifiche nelle abitudini di spesa che premiano il made in Italy e le aziende che investono nella sostenibilità. Orientamento, questo, che denota il desiderio di far fronte comune in una situazione delicatissima.

Cittadini milanesi che dichiarano di acquistare più prodotti made in Italy rispetto al periodo antecedente l’emergenza sanitaria

Cittadini milanesi che intendono acquistare sempre più da aziende con prodotti sostenibili

Ma c’è di più. Nonostante le grandi difficoltà di quella che è stata definita la più grande crisi economica dal dopoguerra, una buona parte dei milanesi si dice persino disposta a spendere di più, per incentivare e promuovere le imprese impegnate nella transizione ecologica.   

È disposto a spendere di più per

Prodotti locali e made in Italy

Cittadini milanesi

42%

Generazione Z

49%
Prodotti biologici

Cittadini milanesi

30%

Generazione Z

28%
Prodotti di cosmesi naturale

Cittadini milanesi

22%

Generazione Z

28%
Abbigliamento sostenibile

Cittadini milanesi

17%

Generazione Z

33%

Per le imprese si apre la sfida di un cambiamento nei processi produttivi. Non più una semplice dichiarazione di etichetta, ma un vero adeguamento a quella che sta diventando una richiesta consolidata dai consumatori.

Luca Morari, Vice President Southern Europe Ricola & Ceo Divita

7. Boom dell’e-commerce e carrelli green

I mesi di lockdown hanno letteralmente stravolto le abitudini della gran parte della popolazione mondiale. Le persone si sono così trovate a dover rivoluzionare, da un giorno all’altro, le proprie routine e a rivedere le modalità di acquisto.
Il risvolto collaterale positivo di questa situazione è stato il salto repentino registrato nei consumi digitali a livello globale, che ha riguardato da vicino anche il nostro Paese. Secondo l’indagine di Netcomm pubblicata lo scorso maggio, in Italia si sono registrati 2 milioni di nuovi acquirenti online dall’inizio del 2020 (rispetto ai 700mila nuovi utenti registrati nello stesso periodo del 2019).

Un trend che prevede una crescita del 55 per cento entro la fine dell’anno e che è confermato anche a livello mondiale, dove l’e-commerce sarà il settore in assoluto con la crescita maggiore (+154 per cento).
Il successo riguarda i sistemi di web retail, click & collect, e-commerce di prossimità e di food delivery, che in Italia ha registrato da solo una crescita del 19 per cento per un valore di 716 milioni di euro.
Queste nuove tendenze trovano conferma anche nelle risposte dei milanesi alla nostra indagine, dove la generazione Z si conferma la più avanti sul campo.

Dichiara di fare più acquisti online rispetto al periodo antecedente l’emergenza sanitaria
Milanesi 65%
Generazione Z 79%
Dichiara di aver usato app di food delivery a seguito dell’emergenza sanitaria​
Milanesi 47%
Generazione Z 70%

L’improvvisa “auto reclusione” vissuta durante il lockdown non ha cambiato solo gli strumenti dello shopping, ma ha suscitato anche delle riflessioni sul contenuto dei carrelli e sul proprio lifestyle nel suo insieme. L’83 per cento dei milanesi intervistati ritiene infatti che dopo l’emergenza sanitaria sia necessario modificare il proprio stile di vita rendendolo sostenibile. Una presa di coscienza che inevitabilmente parte dall’alimentazione, una delle poche aree a non aver risentito dei mesi in cui tanti altri comparti sono rimasti pressoché congelati. Su questo tema peraltro i milanesi si dimostrano più preparati rispetto alla media nazionale, complice il fatto che, a partire da Expo 2015, il food è stato al centro dell’offerta culturale e ricreativa all’ombra della Madonnina, spesso e volentieri con un focus sulla sostenibilità.

Ha già sentito parlare di “alimentazione sostenibile”

2020

Milano

Italia

2019

Milano

Italia

2018

Milano

Italia

L’alimentazione può essere sostenibile da tanti punti di vista. Lo è se valorizza gli ingredienti stagionali, biologici e provenienti dal territorio, che sono stati prodotti nel rispetto dei ritmi della natura. La propensione a sceglierli, anche a patto di spendere un po’ di più della norma, mostra una leggera flessione se paragonata allo scorso anno. Ma questo è più che comprensibile, visto che stavolta le persone sono state interpellate nel bel mezzo di una contrazione economica che mette a dura prova il loro potere d’acquisto. Più interessante, se guardato in prospettiva, è il fatto che si siano affermati nuovi modi e nuovi canali per rifornirsene. Resta vivo l’apprezzamento per i mercati tematici, tant’è che a tre milanesi su dieci non dispiacerebbe averne uno vicino a casa in futuro. Al tempo stesso, in tanti hanno preso l’abitudine di farsi recapitare a casa una cassetta di frutta, verdura, pane o uova dai piccoli agricoltori dell’hinterland. Un bel modo per premiarli, sostenendo concretamente il loro lavoro, e al tempo stesso per premiarsi concedendosi una coccola per il palato. Sta succedendo qualcosa di molto simile anche nel campo della ristorazione, che ha visto convertirsi alle consegne a domicilio anche la pasticceria di quartiere e la tradizionale trattoria.

Cittadinanza di Milano

Consuma abitualmente alimenti bio

Cittadinanza di Milano

È disposto ad acquistare alimenti bio anche se costano di più

Tra le priorità per la Milano del futuro c’è la creazione di mercati tematici bio o a km zero
Cittadini milanesi
31%
Generazione Z
38%

Un’altra tendenza emersa nei mesi più duri della crisi riguarda l’acqua in bottiglia. Secondo Lorenzo Tadini, direttore commerciale BWT Italia (azienda leader europea nel settore del trattamento dell’acqua), tra le abitudini che i milanesi stanno cambiando in ottica sostenibile c’è senza dubbio quella dell’impiego delle bottiglie di plastica. “Durante il lockdown, quando andare a fare la spesa era diventato più difficoltoso, le persone si sono accorte che riempire i carrelli di bottiglie d’acqua non era così conveniente. E hanno iniziato a rivalutare l’acqua di acquedotto, che non solo è a chilometro zero, ma è anche più sicura, controllata e sempre migliorabile con dispositivi molto semplici”. Un’attitudine che potrebbe rivelarsi cruciale nell’ambito della lotta alla plastica monouso, in un Paese come il nostro che è tra i principali consumatori al mondo di acqua in bottiglia.

Anche nell’ambito dell’acqua sta emergendo l’interesse per il mondo che chiamiamo plastic free, quindi per la riduzione degli imballaggi in plastica. Una tendenza che c’è tra le nuove generazioni, ma che sta contagiando un po’ tutti.

Lorenzo Tadini, direttore commerciale BWT Italia

Ritiene necessario attivare azioni che limitino il consumo di plastica

Milanesi

Generazione Z

Limita l’utilizzo di bottiglie di plastica

Milanesi

Generazione Z

8. Milano si riscopre agricola e getta i semi di una nuova socialità

È la città della moda, del design, degli eventi, delle grandi aziende e dei flussi finanziari. Ma non solo. A partire da Expo 2015, Milano ha riscoperto un’anima che apparteneva alla sua storia ma che a lungo era rimasta sotto traccia: quella agricola. Un’attitudine che può innestarsi nella vita quotidiana di chiunque, dallo studente fuori sede alla famiglia, rivelandosi una proficua occasione per stringere legami sociali. Ne sono convinti i giovani che hanno dato vita a Cascinet, ecosistema costituito da un’associazione e da un’impresa agricola, che ha ricevuto in concessione Cascina Sant’Ambrogio alla Cavriana (incastonata tra i quartieri Ortica e Forlanini) e sta coltivando oltre 9 ettari di terreno tra le aree limitrofe e il parco della Vettabbia. Il calendario di progetti che animano questi luoghi è in incessante aggiornamento. 

C’è il vivaio sociale; il forno condiviso per panificare; il piccolo apiario didattico; la Csa (Comunità di supporto all’agricoltura) a cui ciascuno versa una quota in denaro o offre la propria manodopera, per poi ricevere in cambio frutta e verdura. Sono un centinaio i cittadini che si cimentano con gli orti condivisi di Terra Chiama Milano, una cinquantina quelli impegnati nella Food Forest, che fino al 2015 era una discarica e ora è un bosco sviluppato seguendo i principi della permacultura. “Il nostro motto è ‘rigenera terra e persone’. Stare a contatto con la natura, acquisire consapevolezza su ciò che circonda, curare l’alimentazione: tutto questo secondo noi contribuisce alla salute, allo ‘star bene’ da ogni punto di vista”, racconta a LifeGate Pietro Porro, referente dell’associazione.

C’è anche Cascina Sant’Ambrogio alla Cavriana tra le location di Cascine aperte, il festival che ogni anno invita la comunità a conoscere le cascine urbane e periurbane. Molte arrivano da decenni di abbandono e sono state riportate in vita di recente, diventando luoghi di incontro e relazione. È il caso di Cascina Cuccagna, che gode di una posizione centralissima (nei pressi di Porta Romana) e ospita un mercato agricolo, un bistrot, un ricco programma culturale. Oppure di Casa Chiaravalle, il più grande immobile confiscato alla criminalità organizzata in Lombardia. O di Cascina Martesana, spazio polifunzionale di riferimento per il quartiere di NoLo, con 40mila visitatori a stagione e 23mila soci.

Gli spazi aperti, meglio ancora se con una connotazione agricola, sono sempre più ambiti da chi ci tiene a rinsaldare quei legami sociali incrinati dal lungo periodo di isolamento. Forse pochi immaginano che a qualche minuto di distanza dal Duomo, nel Parco Forlanini, ci siano 200mila metri quadri di orti urbani dove chiunque può prendere in affitto un piccolo appezzamento e coltivare le proprie verdure. Gli spazi dell’ex-ospedale psichiatrico Paolo Pini invece sono stati trasformati nel Giardino degli aromi da un’associazione che accompagna il reinserimento sociale di persone svantaggiate grazie a varie attività, tutte negli spazi verdi. Quest’attitudine a “sporcarsi le mani” all’aria aperta va costruita fin da piccoli. Ecco perché nelle scuole pubbliche milanesi (soprattutto nidi e scuole dell’infanzia) ci sono già 107 orti didattici; e, in vista dell’anno scolastico 2020-2021, il Comune ha pubblicato le linee guida per realizzarne altri.

9. Arte e cultura, i beni “non essenziali” a cui Milano non potrà mai rinunciare

“Servizi non essenziali”. Da quando la pandemia ci ha travolti, abbiamo sentito spesso questa espressione, usata dal governo per distinguere le esigenze primarie e necessarie alla sopravvivenza, da quelle secondarie, e dunque sacrificabili. Uno sforzo, scandito dai tanti Dpcm emanati in questi mesi, e volto ad arginare la diffusione del nuovo coronavirus. A farne le spese, tra gli altri, è stato anche e soprattutto il mondo della cultura, nonostante l’enorme sforzo messo in campo per poter garantire la sicurezza di tutti. A ribadirlo era stato anche l’assessore alla cultura del comune di Milano, Filippo Del Corno, che aveva indicato tra le cause di questa penalizzazione anche la scarsa considerazione legislativa e sociale che gli viene riservata dal Paese. Il duro colpo inferto a spettacolo, arte, cinema e musica ha ferito profondamente anche la città di Milano, che con diverse proteste in piazza ha dato voce (insieme a molte altre città) alle migliaia di lavoratori duramente colpiti da questa crisi.

Da sempre culla e palcoscenico di avanguardie e iniziative artistiche di portata nazionale e internazionale, il capoluogo lombardo è intervenuto a favore delle realtà culturali cittadine, con il Piano cultura, un aiuto da due milioni di euro attinto dal fondo di mutuo soccorso. Uno sforzo che è andato di pari passo con quello di tutti i protagonisti e gli operatori del settore e che va incontro a un desiderio chiaramente espresso dai cittadini. Secondo i dati raccolti dalla nostra indagine, infatti, circa tre milanesi su dieci sono tornati a visitare una mostra non appena è stato possibile, dopo il primo lockdown. Un segnale importante che indica quanta sia la voglia di tornare presto a godere dell’arte dal vivo.

È andato a una mostra dopo il lockdown

Cittadini milanesi

28%

Generazione Z

31%

Per il capoluogo lombardo, gli anni ’10 di questo nuovo secolo hanno rappresentato una stagione d’oro dal punto di vista culturale. Una decade che, anche grazie al grande traino di Expo, ha visto la città fiorire e diventare un modello di respiro internazionale. Dal restauro della Galleria Vittorio Emanuele II, all’inaugurazione di nuovi poli di attrazione come il Museo del Novecento, la Fondazione Prada e Anteo Palazzo del Cinema e, ancora, la riscoperta di piccoli gioielli rinascimentali come Casa degli Atellani e la Vigna di Leonardo. Solo per citarne alcuni. Una vivacità bruscamente colpita, ma mai interrotta dalla crisi di quest’anno, che si è trasformata anche in uno stimolo di innovazione e creatività per molte realtà.

Alcuni musei, come la Pinacoteca di Brera, hanno introdotto nuovi canali digitali per offrire dirette, creare eventi e mettere a disposizione del pubblico la propria arte. Luoghi simbolo della cultura contemporanea, come la Triennale, hanno riaperto le porte durante la stagione estiva con ricchi programmi di iniziative. MiTo, festival di portata internazionale dedicato alla musica classica, ha messo a disposizione sul suo portale i video dei concerti ed “è riuscito ad andare in scena a settembre, in un momento di respiro tra la prima e la seconda fase della pandemia”, come ricorda la presidente Anna Gastel.

La risposta del pubblico c’è ed è molto interessante, anche nei momenti di crisi. La domanda di cultura e di una certa introspezione dell’anima per nutrire lo spirito è stata fortissima.

Anna Gastel, presidente MiTo

Ma lo sforzo di Milano in questi mesi non è stato solo quello di sopravvivere. Pur tra mille difficoltà e incertezze, la città ha portato avanti anche progetti nuovi, che guardano al futuro. Dopo la prima fase di emergenza, l’assessore Del Corno aveva annunciato oltre cinquanta mostre, mentre il ministro per i Beni, le attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, ha recentemente presentato il progetto per un nuovo Museo nazionale della fotografia, con sede alla Triennale. La città godrà presto anche dell’ADI Museum Compasso d’Oro, allestito in un luogo storico del lavoro (a due passi dalla stazione Garibaldi) e che avrà il compito di raccogliere gli oltre 350 pezzi premiati con il celebre premio dedicato al design.

Luoghi fisici che offrono molto più di un’esperienza culturale, come ricordato dal professor Gianni Canova, critico cinematografico, accademico e rettore dell’università Iulm, che ci ha parlato di “vittime nascoste” della pandemia. A venire meno, in questa condizione di isolamento e fruizione solitaria della cultura, sarebbero infatti la “dimensione del noi”, inteso come frutto di un’esperienza collettiva, e quella dell’“altrove”, inteso come luogo emotivo e mentale che solo l’esperienza immersiva di una sala cinematografica o di un teatro buio possono consentire. Secondo Canova due condizioni irrinunciabili, che la fruizione virtuale non potrà mai sostituire.

Quello che ci si può augurare oggi, durante una seconda ondata del contagio che sta colpendo ancor più duramente Milano, è che da questa battuta d’arresto possa nascere la riflessione per una ripartenza diversa della città. Non un ritorno al passato, dunque, ma uno slancio verso un futuro in cui arte e cultura siano fari sempre più luminosi.

Credo che non si tornerà più come prima e che l’illusione di poter tornare come prima è una pigrizia dell’immaginazione e del pensiero. Milano è una città creativa, intraprendente, imprenditoriale e che non dipende dalla politica. Mi aspetto che questa Milano ricominci a pensare a se stessa e al suo futuro con uno scatto di fantasia e immaginazione, cercando di trovare soluzioni complesse a problemi complessi e non soltanto limitandosi a dare risposte semplificatorie e banalizzanti.

Gianni Canova, critico cinematografico e rettore Iulm

10. Riscoprirsi più uniti e solidali per superare, insieme, la crisi

Di fronte a un’emergenza sanitaria così imprevedibile e trasversale, le persone più fragili si sono trovate particolarmente sole ed esposte. Stando al report “Gli anticorpi della solidarietà” pubblicato da Caritas il 17 ottobre 2020, nel periodo maggio-settembre 2020 in tutt’Italia si nota un’impennata di “nuovi poveri”: su 100 persone che si rivolgono alla Caritas, 45 lo fanno per la prima volta. A presentarsi ai centri di ascolto sono sempre più spesso le donne (54,4 per cento), i giovani (il 22,7 per cento degli utenti ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni), le famiglie con figli minorenni (75,4 per cento). A partire dal 2020 gli italiani sono in maggioranza.

I milanesi non hanno chiuso gli occhi di fronte a questo dato di fatto. Il 74 per cento degli intervistati dall’Osservatorio, infatti, ha notato più povertà rispetto al pre-pandemia. Questo duro scossone però è stato anche l’occasione per riscoprire quello spirito ambrosiano tanto caro alla storia della città. Già a fine marzo la Diocesi e il Comune hanno istituito il Fondo San Giuseppe per sostenere chi aveva perso il lavoro a causa del coronavirus. Partito con una dotazione iniziale di 4 milioni di euro, è arrivato a 7 milioni grazie alle donazioni di privati ed enti. A inizio aprile il sindaco ha annunciato il Fondo di mutuo soccorso, che ha raccolto 14 milioni di euro da redistribuire in un primo momento alle famiglie più in difficoltà e, in una seconda fase, a nidi e scuole materne, operatori della cultura, microimprese di prossimità. Un’iniziativa, quest’ultima, di cui un cittadino su due ha sentito parlare.

Oltre alla sofferenza di chi si è improvvisamente trovato in difficoltà a far quadrare i conti a fine mese, la Covid-19 ne ha causata un’altra, magari meno visibile ma altrettanto degna di considerazione. Quella di chi ha perso una persona cara senza nemmeno riuscire a darle l’ultimo saluto. Quella degli operatori sanitari, sottoposti a una pressione psicologica senza precedenti. A loro ha pensato Vidas l’associazione che dal 1982 si prende cura gratuitamente dei malati inguaribili, che durante il lockdown ha offerto lo sportello di supporto psicologico Distanti ma non soli. In parallelo Vidas ha dovuto reimpostare le sue attività consolidate, aumentando la presa in carico a domicilio e assicurando l’uso corretto dei dispositivi di protezione individuale, per tutelare tanto il paziente quanto l’operatore. “Perché prendersi cura degli altri passa anche attraverso il prendersi cura di sé”, chiosa la direttrice sociosanitaria Giada Lonati

Si dice che le cure palliative siano paradigma della complessità. Forse anche per questo hanno saputo, in questa fase così difficile della pandemia, declinare la loro risposta.

Giada Lonati, direttrice sociosanitaria di Vidas

Nel frattempo, nel territorio della Città Metropolitana operavano a pieno regime i nove Empori della Solidarietà di Caritas. Sui loro scaffali sono esposti generi alimentari, prodotti per l’igiene personale, detersivi, articoli di cartoleria. Gli utenti li scelgono e li presentano alla cassa come nei comuni supermercati, con una differenza: per pagare non serve denaro ma basta scalare i punti da una tessera che viene assegnata dai centri di ascolto a ogni nucleo familiare. Ed è soltanto una delle innumerevoli iniziative solidali sorte nei mesi più bui dell’emergenza sanitaria, che il Comune ha riunito nell’hub Milano aiuta. Con l’approccio pragmatico che li contraddistingue, insomma, i cittadini si sono rimboccati le maniche. Oltre 600 le tonnellate di cibo che sono state distribuite tra marzo e giugno a 6mila nuclei familiari, per un totale di 20mila persone (di cui 7mila bambini e ragazzi). Centinaia i piccoli negozi che hanno offerto il servizio di consegna a domicilio, per evitare alle persone (soprattutto se anziane) di esporsi al rischio di contagio e sostenere lunghe code.

Cittadinanza di Milano

Tra le priorità per la Milano del futuro indica l’incremento di servizi sociali per i cittadini

Cittadinanza di Milano

Tra le priorità della Milano del futuro indica la spesa a domicilio per le fasce più deboli

Cittadinanza di Milano

Intende partecipare a progetti di volontariato

Ancora più incoraggiante è notare come quest’ondata di dedizione nei confronti degli altri non si sia affievolita allo scadere del lockdown. Anzi: oltre quattro milanesi su dieci promettono all’Osservatorio di LifeGate di volersi attivare nel volontariato nel prossimo futuro. Restando fedeli al vecchio adagio popolare, “Milan col coeur in man”.

11. I cittadini credono in una ripresa verde e giusta

Mentre scriviamo queste righe, Milano vive un tempo sospeso. Una fase di profonda incertezza che prosegue da fine febbraio – quando proprio in Lombardia è stato identificato il primo caso italiano di Covid-19 – e che è stata parzialmente alleggerita solo durante l’estate. Chi conosce e ama questa città non può restare indifferente di fronte alle immagini dei suoi luoghi simbolo, silenziosi e deserti. Sembrano distanti anni luce da quel clima di vivacità e fermento che ha accompagnato la storia recente del capoluogo lombardo, conquistando le lodi delle testate internazionali e attirando turisti da tutto il mondo.

Chiamati ancora una volta a sostenere in prima persona pesanti sacrifici, i cittadini avrebbero tutte le ragioni per sentirsi scoraggiati. Non ci sarebbe da stupirsi, in fin dei conti, se preferissero pensare al loro interesse e disinteressarsi del futuro comune. Alcune risposte date al nostro Osservatorio, che a primo acchito appaiono un po’ contraddittorie, diventano più comprensibili se osservate sotto la lente di un senso di smarrimento generale. Le persone che erano già consapevoli del valore della sostenibilità, però, sono addirittura più determinate. Ci hanno parlato di riscaldamento globale, energie rinnovabili, plastic free. Promettono di spostarsi in bicicletta, dedicare qualche ora di tempo al volontariato, acquistare prodotti made in Italy. Per quanto provate da quest’esperienza, sono pronte a ripartire.

Il rilancio e la rigenerazione urbana della grande Milano, ne siamo sicuri, darà nuova forza attrattiva alla nostra Città Metropolitana, stavolta nel rispetto di una rinnovata e più consapevole sensibilità nei confronti dell’ambiente e della sostenibilità”.

Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio

I numeri dimostrano che il loro approccio è quello giusto. La rete C40, che riunisce i sindaci delle maggiori metropoli del mondo, ha istituito una task force per la ripresa dopo la pandemia, guidata proprio dal primo cittadino milanese Beppe Sala. Nelle pagine di un report pubblicato a fine ottobre, un team di ricercatori ha passato al setaccio i vari pacchetti di stimolo all’economia varati dai governi nazionali e sovranazionali. Messi insieme hanno un valore compreso tra i 10mila e i 12.800 miliardi di euro. Ebbene, se venissero investiti in una ripresa verde e giusta, i benefici sarebbero straordinari: 50 milioni di nuovi posti di lavoro, emissioni di gas serra in atmosfera dimezzate, 270mila decessi prematuri evitati nel prossimo decennio, un risparmio di 1,4 miliardi per i servizi sanitari pubblici. Peccato che, attualmente, solo uno striminzito 3-5 per cento dei fondi sia stato destinato a iniziative ambientali.

Queste evidenze ci aiutano a inquadrare il periodo, non certo facile, che si staglia davanti a noi. I tempi della ripresa non dipendono certo da governi, città o aziende, perché solo la scienza potrà trovare un vaccino e mettere la parola fine a quest’emergenza sanitaria. Sul come, però, abbiamo il potere di scegliere. Studiosi e cittadini concordano nel ribadire che la sostenibilità sia la chiave per ricominciare con un nuovo impeto, tagliando i ponti con le storture del passato e costruendo un domani migliore. Bisogna solo avere il coraggio di mettere in pratica questo principio. In questo cammino, proprio Milano può essere una guida per l’intero paese.

LifeGate_20anni_negativo-2
Milano non si arrende, il futuro si gioca adesso
I dati del 4° Osservatorio Milano Sostenibile mostrano una città capace di guardare già avanti in ottica sostenibile.

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